Estoul, Brusson

The origins

On the top floor, beneath the stone roof, there was the hayloft. Beyond the double-leaf entrance door lay the threshing floor for grain. The threshing floor was built indoors because there was no space outside, and the village houses are all packed tightly together, one on top of another like stones in a scree. The larch beams are smooth, polished by the passage of countless harvests: hay, rye straw, bean plants.

On the floor below, a bucket full of water rested on a small wooden bench, with a ladle hanging from the rim of the bucket, a stove, soot-encrusted pots, a table, and in one corner, the beds. Everything needed to call a place home.

On the ground floor were the stables, one for the cows and one for the goats. The cows rise and lie down, the constant sound of animals living alongside humans. The warmth from the stable rises upward and helps the stove during the cold months. Humans care for the animals; the animals feed and warm the humans. The use of every material, every object, is devoted to a purely practical purpose, necessary for the survival of the family and the village.

This is what I know about this house. What I do not know, and can only imagine, are the faces and expressions of the people who lived there over time. The satisfied look after a good harvest, faces turned upward studying the sky and hoping for a sunny day to bring in the hay. The long winter nights spent working wood, talking with one’s wife and children. Smiling faces and sad ones. Laughter and curses. Lives spent within these walls for generations.

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289 anni di facce, di sguardi, di bambini che ridono, che salgono e scendono scale, che giocano sui balconi. Di vecchi che si ricordano di aver fatto un tempo le stesse scale, di aver corso sugli stessi balconi.

Quello che vorrei oggi per questa casa, è che ognuno che vi abiterà, possa intuire traccia di tutto questo vivere, che attraverso il profumo del legno o il suo colore, o dalla luce che si poserà sui sassi, riveda il sorriso di una ragazza innamorata o l’espressione di fatica, di chi trecento anni prima ha preparato le assi che ora sono sul soffitto e alle pareti. Vorrei che ognuno sentisse e non si dimenticasse mai del potere e del valore delle emozioni, e si prendesse il tempo per ascoltarle, perché è per questo e per nient’altro che ognuno di noi vive.

Il bosco è un luogo che mi affascina da sempre, sarà per la luce , sarà per il fatto di perdersi; per quella sensazione di girare in tondo senza una meta apparente, o sarà perché gli alberi sono così diversi come se ognuno avesse un suo modo di essere, un suo carattere. Fatto sta che ho chiamato le stanze con il loro nome. Certe volte mentre giro per la casa e guardo fuori dalla finestra del cembro o dei larici, mi sembra di trovarmi come all’interno di un tronco. Come quando da ragazzo una volta mi fermai sul sentiero che andava al passo della Garda e nevicava. Allora mi infilai sotto un grande larice, così grande e sporgente da farmi da riparo. Rimasi lì per un po’. È difficile descrivere il suono della neve sospinta dal vento, apparentemente non può far rumore, ma quel suono o forse quel silenzio mi è rimasto dentro per sempre, aveva qualche cosa di magico.

Ecco questa casa mi ricorda quel luogo, o quello stato d’animo. Anzi, preferirei ricordasse lo stato d’animo: non perfettamente comprensibile, a volte impalpabile, ma per certi versi chiarissimo.

I Larici, il cembro, il pino silvestre, l’abete rosso, il ciliegio, gli Ontani, ognuno di questi alberi ha qualcosa di differente. Ognuno vive in luoghi diversi, ognuno, dal modo, dal luogo in cui cresce denota un carattere, che crescano vicino all’acqua o sulle rocce a strapiombo, al sole o in ombra, come le persone si cercano il posto ideale dove vivere.
Nella stanza dei Larici è ancora evidente il fienile e l’angolo in cui veniva trebbiata la segale. i balconi a spalliera servivano a far maturare le spighe che ancora non erano pronte. Travi, legna e pane, sembra di parlare di cose diverse, eppure erano tutte legate al vivere, all’ autosufficienza.

La stanza del cembro era anch’esso un fienile. Me la ricordo l’attenzione che si metteva nello stivare il raccolto, il fieno doveva essere schiacciato da noi bambini, forse perché così leggeri non avremmo rovinato le foglie e i fiori che le mucche in inverno avrebbero apprezzato dando un latte migliore. Mi ricordo la polvere e certi tuffi che facevamo quasi di nascosto.

Il ciliegio di rado cresce a 1850 metri. A Estoul tanto tempo fa, ne tagliarono uno abbastanza grande da poterci fare i banchi per la scuola. Personalmente mi piace il colore che ha in autunno. Quand’ero bambino nella stanza a cui ho dato questo nome, le capre riuscivano a salirci dalla stalla sottostante. Ci salivano attraverso una parte della casa che era crollata e alcune di loro mettevano la testa fuori dalla finestrella come se cercassero di capire se da lì a poco sarebbe tornata la bella stagione e sarebbero state di nuovo libere.

Il pino silvestre è cosa più complicata. Quella stanza è parte della casa in cui sono cresciuto. Ho ricordi di bambino, di ragazzo e di adulto. È casa mia ma nulla ora me lo ricorda, se non la luce che vi entra al mattino. La stufa, la sedia di mio padre, il tavolo su cui da ragazzo scrivevo alla mia fidanzata, vivono solo più nella mia memoria e in quella luce. Guardo fuori, i tetti e le montagne per ricordarmi com’era dentro.

L’abete e gli ontani sono due parti della casa completamente ricostruite, quel lato era crollato. Due alberi diversi ma simili, entrambi amanti dell’ombra e dell’acqua, entrambi rifugio per gli animali.

L’abete ha rami bassi fino alla base del tronco, sotto quei rami con un piccolo rastrello con le punte in ferro, si raccoglievano gli aghi che l’albero con gli anni lasciava cadere a terra, servivano da lettiera per i vitellini. L’abete è un sempre verde, sembrerebbe sempre uguale, niente foglie che cadono, niente cambiamenti. Ma alla base del tronco ci sono gli aghi secchi soffici e accoglienti, lì vanno a rintanarsi i caprioli. Con mio padre andavo a caccia di galli forcelli verso il colle Ranzola. Sempre partivano da sotto i suoi rami, e il suono inconfondibile della volata del fagiano me lo ricordo come se fosse ieri.

Lungo i torrenti crescono gli Ontani, come andavo volentieri a pascolare le mucche da quelle parti, c’era così tanto per giocare. Sapevo accendere un fuoco a sette anni e infilarmi in qualsiasi buco i genitori si fossero raccomandati di non andare. Giocavo con dei ragazzini di pianura che venivano in vacanza, ed eravamo tutti selvatici allo stesso modo. L’Ontano è una latifoglia, a quote più basse diventa un grande albero che ricopre il corso dei fiumi. Quassù rimane basso, poco più di un arbusto. Se esiste il dritto e il rovescio in ogni cosa: per uno stato d’animo, per certe giornate o per le cose che indossiamo, l’Ontano è il rovescio, è la parte nascosta, è la casa dei cinghiali, è la tana ideale.

A Barma Drola

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